Oltre la Fede e l'Etnia: La Questione Israelo-Palestinese come Nodo Geografico e Cartografico
di Redazione (basato sul pensiero del Prof. Adriano La Femina)
Nel dibattito contemporaneo sulla crisi in Medio Oriente, si tende spesso a ridurre lo scontro tra Israele e Palestina a una millenaria disputa religiosa o a un conflitto etnico insolubile. Tuttavia, secondo l'analisi del Professor Adriano La Femina, Presidente dell'Istituto Geografico di Napoli, la radice profonda del problema non risiede nel dogma o nell'identità, ma nella geografia.
La geografia dell'impossibilità
Il punto di partenza dell'analisi è la mappa. Osservando la conformazione attuale dei territori, emerge una realtà fatta di frammentazione e incongruenze spaziali che rendono la vita quotidiana un percorso a ostacoli.
"Il problema è cartografico", sostiene il Prof. La Femina. "Non si può parlare di sovranità quando la continuità territoriale è negata."
Ad oggi, un cittadino palestinese che deve spostarsi tra le aree interne e la costa, o tra diverse enclave territoriali, si scontra con barriere, varchi e procedure burocratiche che gravano pesantemente sulla libertà di movimento. Questa discontinuità trasforma un semplice viaggio in un calvario logistico, rendendo di fatto impossibile lo sviluppo di uno Stato funzionale.
Il diritto al mare e la dignità internazionale
Un altro punto cardine riguarda l'accesso alle risorse naturali e strategiche, primo fra tutti lo sbocco al mare. La Striscia di Gaza rappresenta, geograficamente, la finestra sul Mediterraneo, ma le restrizioni attuali ne soffocano il potenziale. Secondo La Femina, ogni Stato ha diritto a un accesso libero e non limitato alle acque internazionali, elemento vitale per l'economia e la proiezione globale di un popolo.
L'articolo solleva inoltre una questione di legittimità presso le Nazioni Unite. Dei circa 200 Stati nel mondo (di cui 193 membri effettivi ONU), la Palestina non può continuare a occupare il ruolo di "Stato osservatore non membro", alla stregua del Vaticano. La mancanza di un pieno riconoscimento e del diritto di voto riflette l'instabilità geografica che si trascina dal secondo dopoguerra.
Una soluzione "Europea": Abbattere le frontiere
La proposta che emerge non è solo una ridisegnazione dei confini, ma un cambio di paradigma:
Confini Equi e Studiati: È necessaria una conferenza internazionale che non parli di ideologie, ma di chilometri quadrati, corridoi umanitari e continuità territoriale.
Il Modello Unione Europea: Il superamento del conflitto passa per l'abbattimento delle frontiere. L'obiettivo dovrebbe essere una convivenza programmata dove, come nell'UE, i confini diventino linee di contatto e non muri di divisione.
Libertà di Accesso: Garantire che lo sbocco al mare sia una risorsa condivisa e non una zona di restrizione.
Conclusione: Il 2026 e l'urgenza di una sintesi
Siamo giunti a un punto di rottura. Mentre le potenze occidentali e il blocco orientale (Russia e Cina) faticano a trovare una mediazione tra i leader, la geografia parla chiaro: la pace non si scriverà sui libri di teologia, ma sulle mappe.
Finché non ci sarà una distribuzione equa del territorio e una libertà di movimento garantita, la convivenza rimarrà un miraggio. È tempo che la politica lasci spazio alla geografia per programmare una libertà che sia, prima di tutto, fisica e spaziale.
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