IL VERO SGUARDO SUL MONDO: COSA SIGNIFICA ESSERE GEOGRAFI NEL 2026

  Essere geografi nell’Italia del 2026 è un esercizio di altissimo onore, una vocazione che si porta stampata nel sangue, ma che allo stesso tempo si scontra con una profonda e sistematica mortificazione professionale. Nel nostro Paese, chi ha sudato su una laurea in questa disciplina si ritrova in un limbo paradossale: non esiste un albo professionale che tuteli la categoria, un riconoscimento giuridico che invece viene giustamente garantito a geometri, ragionieri, architetti o ingegneri. Questa assenza pesa come un macigno, soprattutto se si pensa alla gloriosa tradizione geopolitica italiana. La geografia della nostra penisola è unita fin dal 1861 con la nascita del Regno d'Italia, superando le antiche divisioni degli Stati preunitari, e la stessa Società Geografica Italiana, nel corso di oltre un secolo di storia, ha costantemente evidenziato le problematiche nazionali avanzando proposte straordinarie di ristrutturazione territoriale, di dimensionamento delle regioni e di creazione di nuove entità amministrative capaci di far dialogare le comunità. Eppure, di fronte a questa ricchezza scientifica, la voce della politica rimane spesso obsoleta, sorda, arroccata su schemi burocratici che ignorano il potenziale strategico di chi sa leggere lo spazio.

La scintilla di questa professione nasce spesso da un'attitudine innata, da un modo visivo ed esperienziale di abitare il mondo. Chi scrive è nato e cresciuto in altezza, al quinto piano di un edificio, con una visuale spalancata sul mare, sul profilo imponente del Vesuvio, sui Monti Lattari, sull’isola di Capri e sull'intera penisola sorrentina. Crescere dominando quel paesaggio significa sviluppare una curiosità insaziabile. Fu così che, ancora bambino, chiesi alla Befana un cannocchiale; a chi mi intervistava dicevo che mi serviva per guardare le stelle, ma la verità era più affascinante: lo usavo per spiare visivamente la vita reale, per osservare i dettagli delle case, per cogliere l'intimità delle persone e delle donne che si svestivano nei loro spazi privati. Anche questo, in fondo, è geografia: spiare la vita che accade, indagare la filosofia delle relazioni umane che si consumano in un luogo preciso. La cosa più assurda e indicativa del panorama culturale italiano è che, alle soglie del diploma superiore, nessun professore mi aveva mai accennato all'esistenza di un corso di laurea in geografia. Ho frequentato un anno di liceo classico e quattro di ragioneria, e persino il mio insegnante di geografia economica, un laureato in lettere, ignorava che ci si potesse laureare specificamente in questa materia. Fu solo grazie al mio ruolo di rappresentante degli studenti, mentre giravo per le classi distribuendo i manuali di orientamento universitario, che scoprii da solo l'esistenza di questo percorso. Nel 2003, nel Sud Italia non esisteva alcuna facoltà dedicata: le sedi storiche erano a Firenze, Padova, Genova, Torino, e la più vicina a Napoli era La Sapienza di Roma.



Iscrivermi a Roma, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia e il Dipartimento di Geografia Umana della Facoltà di Scienze Umanistiche e Studi Orientali, mi ha permesso di incontrare docenti straordinari, accademici che amavano visceralmente la disciplina e che hanno dimostrato un'immensa sensibilità umana. Hanno apprezzato i miei sacrifici di studente pendolare da Napoli, mi hanno sostenuto nel percorso per vincere le borse di studio necessarie a non gravare sul bilancio economico della mia famiglia, e hanno capito fin da subito che ero pronto per l'insegnamento, ben prima di conseguire la laurea magistrale. Gli studi del geografo sono strutturalmente trasversali e totalizzanti. Noi geografi non siamo rimasti chiusi in un solo settore, ma abbiamo navigato tra i dipartimenti sostenendo esami a Scienze Politiche, frequentando la Facoltà di Igiene per comprendere la medicina, superando esami ad Architettura, a Geologia e persino a Fisica studiando meteorologia. Abbiamo esplorato la sociologia, la geografia politica, la geolinguistica, lo studio delle religioni, lo spazio e la popolazione, la cartografia e persino l'editoria. Abbiamo approfondito la geografia di genere e delle donne, l'etnologia, l'ecologia, la psicologia ambientale e l'antropologia. Per questo motivo, il geografo è assimilabile a un vero e proprio medico di base del territorio. Il medico fa il giuramento di Ippocrate, e forse pochi sanno, persino tra le fila della Camera dei Deputati, che Ippocrate non era solo un medico ma anche un finissimo geografo.

Oggi noi insegnanti e professionisti della geografia soffriamo nel vedere la nostra materia sistematicamente ridimensionata nei programmi scolastici. Spesso sorge il sospetto che i governi abbiano quasi paura della geografia, perché essa è la materia che più di ogni altra apre le menti dei giovani, permettendo loro di comprendere criticamente le diverse forme di governo esistenti sul pianeta, distinguendo con lucidità tra monarchie parlamentari, costituzionali o assolute, e tra repubbliche presidenziali, semipresidenziali o parlamentari. Forse spaventa l'idea di una disciplina che risveglia le coscienze. Il vero geografo è colui che guarda il mondo e in parte ne soffre, perché ne conosce a memoria ogni angolo, ogni dinamica, ogni criticità, proprio come i matematici dominano i calcoli complessi. È un professionista che vorrebbe viaggiare costantemente per assaporare dal vivo il profumo dell'Algeria, del Brasile, del Perù, dell'Australia o della Nuova Zelanda, ma che impara a farlo prima di tutto con la mente, proiettando il pensiero ovunque. Il geografo sa perché un territorio è strutturato in un certo modo dal punto di vista geologico, sa leggere la geostoria e le epoche passate, capisce le connessioni linguistiche e religiose di una comunità e, pur non potendo visitare fisicamente ogni luogo, sa esattamente cosa c'è in quel punto, cosa c'è stato e cosa ci sarà nel futuro, persino nei ghiacci dell'Antartide.

In questo scenario, l'Italia si dimostra purtroppo scarsa nel valorizzare le sue risorse umane. I geografi accademici non possono restare barricati all'interno delle mura dei loro atenei, chiusi nelle università a programmare ricerche teoriche che non hanno alcun impatto mediatico o sociale sul territorio. Partecipando attivamente ai convegni della Società Geografica Italiana e dell'Associazione Italiana Insegnanti di Geografia, ho riscontrato spesso questa critica: l'eccessiva chiusura mentale della ricerca universitaria. Sono pochissimi i geografi che riescono a imporsi sui mass media o che hanno prestato le loro competenze alla politica attiva, come ha fatto Luca Romagnoli, geografo e parlamentare europeo  con cui ho avuto l'onore di collaborare in qualità di mio correlatore per una tesi pionieristica sulla geografia amministrativa nel Regno delle Due Sicilie. Per rompere questo isolamento e restituire centralità alla materia, ho fondato nel mio piccolo l'Istituto Geografico di Napoli, la prima realtà sul territorio interamente dedicata alla divulgazione e alla ricerca geografica applicata, un modello che dovrebbe essere replicato in tante regioni  italiane. Essere geografi oggi significa avere la stessa dignità e competenza di un grande giurista, sostituendo però i codici delle leggi con la sacralità della carta geografica, continuando a interrogarsi con passione instancabile sul perché, sul dove e sul quando i fenomeni umani e fisici si legano indissolubilmente al nostro territorio.

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